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La località Chioggia

chioggia dall'alto

L'immagine a "lisca di pesce" di Chioggia

Chioggia è una popolosa e vivace città marinara, che gronda di storia da ogni sua pietra. Presenta una struttura originalissima: tagliata a fette dai canali, cucita dai ponti. Le sue calli, tutte perpendicolari alla piazza, suggeriscono la classica immagine della lisca di pesce. Da questa particolare conformazione deriva il soprannome di “Piccola Venezia”.


Passeggiando tra le calli e i ponti è possibile ammirare tutto il fascino e l’eleganza che la città trasmette: i palazzi in stile veneziano che si affacciano sui canali, le caratteristiche imbarcazioni chioggiotte denominate “Bragozzi” con le loro vele variopinte, la pescheria, il Corso del Popolo, Chiese, Musei e Monumenti, Piazza Vigo con il suo bellissimo ponte…

ponte vigo a chioggia

Ponte di Vigo - Chioggia

Sembra quasi di tornare indietro nei secoli, al tempo dei dogi e della Serenissima. Non a caso, durante la stagione estiva, va in scena Il Palio de La Marciliana: rievocazione storica assolutamente imperdibile! 

In questi ultimi anni, grazie alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, la località ha acquisito ufficialmente il titolo di “Chioggia: città d’arte”. Un riconoscimento del tutto dovuto a questa città veramente incantevole.

Da non trascurare la meravigliosa parte turistica della località: Sottomarina Lido ... clicca qui

Un po' di storia...

ORIGINI LEGGENDARIE

Clodio, reduce dalla distruzione di Troia, insieme ai compagni Enea, Antenore e Aquilio sarebbe approdato nella penisola italica ed avrebbe fondato Clodia. Lo stemma, un leone rampante in campo bianco, è simile a quello troiano. Nel 2000 a.C. i Pelasgi (popolazioni pre-elleniche), provenienti dalla Tessaglia (l'attuale regione tra la Grecia centrale, l'Epiro e la Macedonia), si sarebbero qui insediati dando origine ad alcuni nomi come Cluza (fatta artificialmente), Lusenzo, Perottolo, Bebe, Evrone, ecc. Il mitico popolo etrusco avrebbe lasciato la sua impronta nella struttura urbanistica: il Corso del Popolo (cardo) anticamente era tagliato al centro da una strada (decumanus) secondo la tipologia successivamente utilizzata dal "castrum" romano.

canal vena chioggia

Riva Vena - Chioggia

TRACCE ROMANE

I primi riferimenti storici si hanno con Plinio il Vecchio (I° sec. d.C.) che nella sua "Historia Naturalis" descrive la "Fossa Clodia" e "Brundulum". Un altro documento antico è la tavola Peuntingeriana, conservata nel museo di Vienna, che descrive la zona degli antichi traffici attraverso il porto di Chioggia, Evrone o Edrone.

IL NOME

Nel corso dei secoli il nome della città subì diversi cambiamenti: Clodia, Cluza, Clugia, Chiozza, Chioggia.

L' XI e XII isola della laguna

Le incursioni barbariche dei Goti-Unni-Franchi, che si succedettero nell'Italia settentrionale dal V sec. d.C., provocarono la fuga dalle più importanti città della terra ferma verso le isole della laguna. In particolare gli abitanti di Este e Monselice si integrarono con la popolazione di Chioggia. Da ciò scaturì l'esigenza di un governo più articolato all'interno della città e una alleanza con le altre genti dell'estuario lagunare. Pertanto venne eletto un tribuno che partecipava anche alla confederazione delle dodici isole della laguna, il primo nucleo della Repubblica della Serenissima. Alla fine del VII sec., dato il persistere delle aggressioni esterne, i tribuni nominarono un Dux o Doge, come unico capo militare. Sottomarina era chiamata Clodia Minor e Chioggia Clodia Major ed erano rispettivamente l'XI e la XII isola dell'estuario veneto.

Le distruzioni dell'810 e del 902

Un altro pericolo fu portato dal re dei Franchi, Pipino il Breve, il quale, con un forte esercito, dopo essersi impadronito dei castelli di Loreo, Cavarzere e Brondolo, assediò Chioggia per terra e per mare. Nonostante la tenace resistenza degli abitanti, la città fu costretta a soccombere: venne rasa al suolo, com'era consuetudine in quei tempi (il castigo era proporzionato alla resistenza e alle perdite militari inflitte al nemico). 

canale a chioggia

Una volta ricostruita, dovette subire una seconda distruzione totale, nel 902, ad opera degli Ungheri.
Dopo il Mille, assunse ancora un ruolo importante per il commercio e dovette affrontare in più occasioni contrasti per la salvaguardia dei suoi territori, con i comuni dell'entroterra (Padova, Treviso, ecc.). L'importanza della città venne accentuata anche dal trasferimento della sede vescovile nel 1110 da Malamocco a Chioggia, insieme al capitolo dei canonici e alle reliquie dei SS. Felice e Fortunato, da allora patroni della diocesi.

"La Guerra di Chioggia" 1379/80

I contrasti tra Venezia e Genova per il predominio sui mari, che caratterizzarono la fase storica delle Repubbliche marinare, provocò nella seconda metà XIV sec. uno scontro diretto tra le due potenze. Il teatro di guerra fu proprio Chioggia, zona di collegamento con il retroterra padovano. I genovesi assediarono la città per terra e per mare: occuparono il porto nell'agosto del 1379, quindi il centro abitato di Sottomarina, incendiandolo e devastandolo irrimediabilmente; espugnarono l'isoletta di S. Domenico e s'impadronirono del centro storico dopo aver combattuto, all'arma bianca, in ogni vicolo e calle. Le vittime furono, secondo le cronache del tempo, 3.500 e parecchie migliaia i feriti. L'intera città fu trasformata in un forte con la chiusura degli spazi aperti delle calli, utilizzando torri di legno, costruite con le barche e le travi delle case. La reazione di Venezia, guidata da Vettor Pisani e Carlo Zeno portò alla riconquista di Chioggia, dopo un assedio di mesi, il 24 giugno 1380. Da questo momento la città non riuscirà più ad assumere il precedente splendore: alla produzione del sale, già in crisi dal 1° secolo dopo il 1000, si arresterà del tutto rimanendo in funzione solo una salina per il consumo locale, la marineria subirà i contraccolpi della più complessiva crisi commerciale; la pesca resterà ancora limitata all'interno degli spazi lagunari e lungo le acque costiere. Da allora la politica e l'economia chioggiotta risulteranno sempre più subalterne alla potenza veneziana.

Il Governo della città

Il governo della 2ª città del Dogato Chioggia, che tentò in più occasioni di riaffermare la sua autonomia dalla dominante, aveva un'organizzazione molto simile a quella veneziana. Esisteva un Maggior consiglio in cui erano rappresentate le famiglie più importanti, circa 100, e un Minor Consiglio di sei membri che aveva il potere esecutivo. Rappresentava ufficialmente la città il Podestà, inviato dalla Serenissima per un periodo limitato di 16 mesi: aveva il compito di presiedere i consigli, di amministrare le finanze pubbliche e la giustizia. Fin dal 1300 fu presente pure un Cancelliere Grande; prerogativa che ebbero nel Dogato solo Candia e Cipro. Ebbe il compito di registrare gli atti ufficiali e di formalizzare tutte le altre cariche.

I secoli della crisi

Il 1400, 1500 e 1600 furono caratterizzati da una situazione di precarietà. Distrutte o gravemente danneggiate le difese a mare, il territorio fu soggetto a continue inondazioni, mentre la popolazione dovette sopportare con insistente frequenza pestilenze e carestie. Altra calamità giungeva dalla estenuante lotta contro i Turchi nella quale era impegnata direttamente e per la quale Chioggia si privò delle sue forze più giovani e migliori. Le razzie, poi, dei pirati e degli Uscocchi che infestarono l'alto Adriatico depredando pescherecci e mercantili e catturando i marinai, completarono la sventura, anche economica, della città. Chioggia dovette subire, pure, per ben due volte l'interdetto da parte della Chiesa, La prima volta, nel 1515, da parte di Giulio II per aver sequestrato dei vascelli pontifici; la seconda volta nel 1606 assieme a Venezia per sospetta eresia. La notte di Natale del 1623 la città fu sconvolta dall'incendio, forse doloso, dell'antica cattedrale: la ricostruzione dissanguò ancor più, le già ridotte risorse finanziarie. Quasi contemporaneamente dovette subire le tristi conseguenze della famosa peste dei lanzichenecchi, che causò ben 7.000 vittime su una popolazione che non superava le 12.000 persone. Il 1700 fu il secolo delle grandi contraddizioni, mentre la miseria della popolazione veniva alleggerita, solo parzialmente, dalle istituzioni assistenziali del Monte di Pietà, degli orfanotrofi, degli Ospitali, delle casette per vedove, vi fu una febbrile rincorsa ad abbellire e ornare la città con opere pubbliche, palazzi privati ed edifici religiosi dando alla piazza e alle rive l'aspetto che ancor oggi si può ammirare.

Dominazioni Napoleoniche e Austro-ungariche, la "Sollevazione del Cristo"

Il 14 maggio 1797, dopo solo due giorni dal loro insediamento a Venezia, i francesi entrarono in Chioggia e instaurarono un sistema democratico (la municipalità) riorganizzando metodi di governo e settori di intervento: la giustizia, la salute, le finanze, l'istruzione, la politica del territorio, (porto, laguna, ecc.). Vennero alienati alcuni beni di proprietà dell'aristocrazia e alcuni istituti ecclesiastici ritenuti parassitari. L'esperienza rivoluzionaria durò poco più di un anno, perché l'intera Repubblica Veneta nel 1789, col trattato di Campoformio venne ceduta all'Austria. Con gli austriaci ritornò al potere la vecchia classe politica. Memorabili furono i fatti del 20 aprile 1800, conosciuti come "La sollevazione del Cristo", nella quale la popolazione insorse durante la tradizionale processione del Cristo miracoloso di S. Domenico, contro la guarnigione austriaca. In seguito ad uno sgarbo tra un soldato ed un ragazzo si passò ad una rissa selvaggia e poi a una e vera battaglia tanto da far trincerare gli austriaci nel forte S. Felice, decisi a bombardare la città. Questo episodio di odio anti-austriaco fece salutare con entusiasmo il ritorno dei francesi in città (1806-1814) e subire con poi sospetto e diffidenza la seconda denominazione austriaca (1814-1866).

Il Risorgimento

Il 22-23 marzo 1848 la città si liberò dagli austriaci in modo quasi pacifico, per opera soprattutto di Antonio Naccari che sarà poi, il primo sindaco quando verrà proclamato lo stato unitario. Furono dodici bragozzi e una tartana chioggiotti a trasportare, da Cesenatico, Garibaldi con il suo seguito in fuga da Roma ed intenzionati a portare aiuto a Venezia stretta d'assedio. Numerosissimi furono pure i seguaci delle varie campagne garibaldine: Chioggia può vantare il più giovane dei Mille, l'undicenne Giuseppe Marchetti. Gli italiani entrarono in Chioggia il 15 ottobre 1866 e l'anno successivo essa si trovò ad ospitare due illustri personalità del nostro risorgim: il 27 febbraio Giuseppe Garibaldi, e l'11 maggio il re Vittorio Emanuele II.

IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE E IL PRIMO DOPOGUERRA

La prima guerra mondiale sconvolse Chioggia in modo eccezionale, non solo per i 370 morti e i 60 dispersi, ma soprattutto per lo stato di disfacimento che provocò alla sua economia, e di riflesso al suo tessuto sociale.
Le imbarcazioni da pesca e i mercantili rimasero bloccati a riva per circa tre anni, perché un decreto regio del 25 luglio 1915 impediva la navigazione nell'Adriatico, cosparso di mine vaganti. Una simile sorte toccò all'agricoltura e all'orticoltura. Fin dall'inizio della guerra il Comando Militare di Venezia impose la limitazione delle esportazioni; inoltre, in occasione della disfatta di Caporetto, per evitare l'avanzata nemica, ordinò l'allargamento di gran parte dei terreni coltivati operando dei tagli sugli argini del Brenta-Bacchiglione e del canale dei Cuori. Al termine della guerra, la disoccupazione, che da sempre costituiva un piaga per Chioggia, si inasprì in modo gravissimo al ritorno dal fronte dell'ultima leva dei giovani. Mentre le condizioni di vita s'aggravavano sempre più: i prezzi continuavano a salire vertiginosamente, scarseggiavano i viveri e i generi di prima necessità. E fu il momento della protesta e della mobilitazione popolare che si riconobbe nelle idealità e nei programmi del Partito Socialista e nelle Leghe organizzate della camera del Lavoro. E proprio nelle elezione dell'ottobre 1920 il partito socialista conquistava la maggioranza assoluta nel Consiglio Comunale. La "Giunta Rossa" (29 ottobre 1920-21 aprile 1921), diretta da Riccardo Ravagnan <1>, si caratterizzò per una serie di provvedimenti a favore dei ceti popolari, quali il controllo dei prezzi, la revisione del sistema di tassazione, la lotta all'analfabetismo, la lotta contro la speculazione edilizia, il blocco dei fitti e la gratuità all'assistenza sanitaria per i più bisognosi.

IL FASCISMO

Ma contro Chioggia che aveva manifestato una simile volontà di direzione, si concentrò l'attenzione dei fascisti. Attraverso violenze, persecuzioni e spedizioni punitive provenienti da tutto il Veneto, i fascisti ottennero la destituzione di quella giunta socialista che era stata democraticamente eletta. Le autorità centrali dello Stato permisero sornionamente sia la caccia all'uomo organizzata contro i consiglieri per strapparne terroristicamente le dimissioni, sia il ferimento del segretario della federazione dei Lavoratori del Mare, sia il saccheggio della locale Camera del Lavoro. Indette il 24 luglio del '21 nuove elezioni, fu presentato solo il listone demofascista, il quale ebbe più che adesioni, un'astensione massiccia. I dirigenti comunisti e socialisti furono costretti all'esilio, al confino, ridotti al silenzio e sorvegliati a vista. Ma non fu facile però la vita del fascio a Chioggia, soprattutto nel 1° decennio, per i dissidi interni: lo dimostra l'elevato numero di podestà e commissari. Nel 1935 venne inaugurata la diga S. Felice del porto di Chioggia, opera colossale a cui da parecchi anni si stava lavorando, che costituì, oltre alla maggior sicurezza per le imbarcazioni, anche l'espansione della spiaggia che da allora crescerà progressivamente.

LA II GUERRA MONDIALE. LA RESISTENZA E LA LIBERAZIONE DAL NAZI- FASCISMO

Tragico fu il bilancio della II guerra mondiale. Oltre ai 157 soldati morti e ai 144 dispersi in battaglia, Chioggia registrò altri 60 morti e 500 feriti in seguito a 18 pesanti bombardamenti che si abbatterono sulla città, distruggendo oltre un centinaio di case e danneggiandone altre 250 circa, con un totale di oltre un migliaio di senzatetto e di alcune centinaia di sfollati. Subito, all'indomani della firma dell'armistizio (8 sett. 1943) con le forze alleate, a Chioggia, venne costituito un nucleo di resistenza contro il tedesco oppressore e il fascismo repubblichino, che dopo qualche settimana diventò il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) Mandamentale di Chioggia. Nei piani degli alleati, Chioggia era considerata il luogo di un possibile sbarco che, con l'appoggio delle forze partigiane, avrebbe consentito l'occupazione delle fortificazioni del litorale e in seguito del Veneto nel suo complesso, in particolar modo dopo la liberazione di Ravenna (4 dic. 1944). Enorme raccapriccio destò, nel luglio del 1944, l'atroce rappresaglia fascista contro la famiglia Baldin (madre, padre e figlio) e Narciso Mantovan: fu incendiata la casa colonica e loro furono seviziati, bastonati a sangue, uccisi e gettati nell'Adige, rei di aver ospitato dei prigionieri alleati, terribile monito per tutta una popolazione che rifiutava ogni collaborazione col tedesco. La Liberazione a Chioggia avvenne il 27 aprile 1945, due giorni più tardi rispetto alla data nazionale.Si riuscì, con un imponente e memorabile falò, ad evitare la minaccia di una totale distruzione della città da parte dell'aviazione alleata, che intendeva stroncare in modo definitivo il persistere di un concentramento di truppe tedesche.

La pesca

barche a chioggia

Un tempo i nostri pescatori avevano una estensione maggiore di quella attuale. Spesso restavano i mare a anche per la mancanza dei motori anche per mesi e pescavano in zone come la Jugoslavia a quel tempo italiana.In effetti fino al 1915 le zone di pesca si estendevano, per i nostri pescatori, lungo tutta la costa della Jugoslavia,fino verso l’Albania. Causa vicende storiche, venne stipulato un trattato (quello di Brioni) che fissava per i nostri pescatori quali zone di pesca, tutta la costa italiana ed anche una parte, oggi Jugoslava, fino circa a Zara.La perdita di questi territori, u tempo italiani, dopo la seconda guerra mondiale, provocò l’eliminazione di questa zona di pesca: quindi, dopo il 1945, con un trattato Italo-Jugoslavo si fissarono i limiti delle acque territoriali e la possibilità di pescare, per quanto riguarda gli italiani fino a Trieste. 

I metodi di pesca

La coccia volante

Questo metodo di pesca viene svolto da una coppia di barche di circa 20 metri. Di solito le barche partono all’alba, rimanendo in mare per circa 3-4 ore,viene inserito “l’occhio” (apparecchio che serve a individuare i banchi di pesce.Individuati i banchi di pesce si cala la rete che viene trainata dalle due imbarcazioni. L pesce pescato viene suddiviso a seconda della qualità. In genere ogni giorno vengono prese circa 1000/1500 cassette di pesce azzurro (sardine, sarde, alici, sgombri, ecc..). Queste vengono possibilmente vendute ai commercianti,in quanto maggiori sono le possibilità di guadagno e all’Aima. Quest’ultima ritira ogni giorno 1500 cassette di alici, che vengono trasformate in mangime.

I ramponi

La pesca con i ramponi si svolge con delle casse di ferro con denti saldati in una lama quanto il rampone. I ramponi sono di due tipi:uno per le sogliole, l’altro per le capesante. È una pesca massacrante per il lavoratore costretto a uno o due soli giorni di riposo settimanali ad uno sforzo enorme.

I parancai

La pesca con i parancai si effettua con una barca di circa 10 metri.Il “parancalo” è un filo di nailon lungo 300 metri,con tanti ami distaccati un metro dall’altro. Con i parancai si pescano anguille, passere e “go”.

La pesca delle vongole

La pesca delle vongole si svolge con delle attrezzature meccanizzate. Dalla poppa della barca viene gettata un’ancora del peso di circa un quintale.Si procede poi,con una barca finchè il cavo d’acciaio del vericello non è in tiro. Viene poi gettata in acqua una specie di cassa trascinata dal vericello ingranatao e collegato con una cinghia al motore della barca.Quando si è vicini all’ancora, la cassa viene alzata e le vongole riversate in coperta, e vengono messe con un badile , in un “tamiso” (attrezzo per pulire,dividere le vongole dalle piccole e da eventuali crostacei).

I re

La pesca dei “re” si effettua con piccole barche.La rete,è lunga circa un chilometro e alta un metro e mezzo. Si pescano per lo più6,sogliole,passere e cefali.

Natanti e antichi metodi di pesca

La pesca sempre stata a Chioggia una delle attività principali,anzi per molto tempo,quasi l’unica attività svolta.Spesso anche le donne hanno partecipato a tale attività aggiustando o costruendo le reti o vendendo (questo solo a Sottomarina data una diversa visione del ruolo della donna) il pesce catturato dagli uomini. Fin da tempi antichissimi ci sono giunte notizie sull’arte della pesca,tramandato da padre e in figlio. Già il senatore romana o Cassiodoro ce ne parla nel VI secolo dopo Cristo mettendo i evidenza come la maggior parte della popolazione si dedichi e si cibi quasi esclusivamente di pesce. Le barche più6 antiche, adottate nel compartimento marittimo di Chioggia sono le tartane,e le sardellere.Le tartane erano barche molto robuste e stabili e vennero anche usate, già dal XIV secolo, come velieri e barche da combattimento da parte della marineria veneta. Le sardellere venivano usate quasi esclusivamente per la pesca delle sardine. Nell’ottocento cominciò la decadenza delle tartane ed iniziò l’epoca del bragozzo, le cause furono molteplici. Inanzitutto vi fu una polemica aperta tra i pescatori chioggiotti e quelli di Rovigno d’Istria (tra di loro non corse mai buon sangue). I pescatori chioggiotti usavano le zone dalmate perché venivano considerate più6 pescose con conseguenza che non venissero ben visti dagli abitanti di quei luoghi. Quest’ultimi inviarono una lettera al Senato accusando i pescatori veneti di rovinare con la loro pesca i fondali marini,causando conseguentemente la rovina e la possibilità di riproduzione del pesce. Nel 1770,nonostante non fosse stato provato il danno causato dalla pesca a “coccia”,il senato emanò un decreto che vietava tale pesca lungo le coste dalmate.Ciò causo un indubbio colpo per la marineria chioggiotta. Le tartene nonostante fossero attrezzate per questo tipo di pesca,dovettero non praticarla più6 così iniziò la loro decadenza.Negli anni successivi,l’esosità delle tasse richieste per questo tipo di imbarcazione da parte del governo asburgico, causò la mancanza di investimenti in queste imbarcazioni.IL decadimento della tartane fu anche motivata dal fatto che il tipo di pesca a”coccia” fatto con i bragozzi aveva lo stesso risultato per di più il bragozzo aveva la possibilità di pescare in fondali più6 bassi essendo più6 leggero e più piccolo rispetto alla tartana.Era però più pericoloso ,ma su questo fattore i pescatori non tenevano conto,tanto era il dovere di guadagnare per poter sfamare la famiglia visto i periodi di miseria cronica che passavano. Quindi si rischiava di più però si guadagna di più, perché lo stesso quantitativo di pesce piuttosto di dividerlo per otto, tanti erano i componenti dell’equipaggio della tartana, si divideva per quattro ,equipaggio più che sufficiente per il bragozzo.Anche il costo di mantenimento influì alla decadenza della tartana.La tartana senza equipaggio costava 7000 lire in confronto alle 3000 lire del bragozzo.

Gli squeri

I bragozzi chioggiotti venivano costruiti per lo più in piccoli cantieri detti squeri, condotti da maestri d’ascia che si tramandavano scrupolosamente i segreti di costruzione di padre in figlio. Erano semplici edifici costruiti da tre pareti in muratura, su cui poggiava il tetto e da una facciata aperta, rivolta verso il canale, dotata di massicce porte in legno, scorrevoli, alte circa 6 metri. Al di sopra era collocata, in mezzo al frontone, una sacra icona, detta cesiòla, costituita da un pannello di legno di forma poligonale, sormontato da una rozza cornice di protezione. Tutte le principali fasi di costruzione del natante si effettuavano nella parte interna, detta tènza, ultimate le quali venivano aperte le porte scorrevoli e si procedeva al varo della barca al grido “a xe sui vasi, a xe molao, tirève in là, a va, a va …..” Le varie operazioni erano piuttosto complesse e a tale scopo si usava una quantità di attrezzi vari, ciascuno avente una propria denominazione; queste operazioni seguivano un rituale prestabilito, che iniziava con la costruzione dell’ossatura vera e propria del bragozzo fino alla sua decorazione esterna ed interna. I cantieri erano situati lungo la riva Est del canale San Domenico e in parte quella Ovest del Canale Lombardo. Suggestiva e festosa era la cerimonia del varo di un bragozzo niovo, il quale, prima di farlo scendere in acqua, tutto pavesato a festa, veniva benedetto, dopo aver recitato la Chiàbita, storpitura dell’inizio del salmo 90 “qui habitat”; la festa era maggiore se esso era senza debiti, ai quali molto spesso il pescatore era costretto a ricorrere per pagare l’imbarcazione. A varo avvenuto, questo era festeggiato con una ganzèga, un rinfresco a base di vino con sardèle salae, canoce e buli, a cui partecipavano tutti. Uno degli oggetti più frequenti presenti negli squeri chioggiotti era la cassèla d’ambuòlo, cassetta a tre scomparti contenente una spugna e terra rossa, usata dai carpentieri, che vi tingevano un filo con il quale segnavano il legno da tagliare. Nel 1976 operavano in Chioggia soltanto sette cantieri, oggi ulteriormente decurtatisi, contro i 141 operanti nel 1876.

Il bragozzo

bragozzo

Con l’ottocento iniziò il periodo del bragozzo.  Visto l’alto prezzo delle tartane e delle relativa attrezzatura, la proprietà di quest’ultima era rivolti a pochi armatori, con l’avvento del bragozzo si ampliò la possibilità di possedere una imbarcazione da pesca dalle grandi dimensioni. Vari pescatori però per acquistare una imbarcazione si indebitarono spesso per tutta la vita.Infatti gli usurai del luogo pretendevano tassi elevatissimi,”ogni 600 lire che un capitalista sborsava in denaro al padrone di uno o più bragozzi, percepisce una quarta parte del guadagno fatto durante il viaggio. Quindi un pescatore facilmente si poteva indebitare per tutta la vita, visto che bisognava tener conto anche degli interessi.  Generalmente la barca si pagava con un anticipo alla consegna e successivamente con delle rate mensili di 12/14 lire. 

Il prezzo pattuito e le eventuali dilazioni, venivano discusse tra il costruttore e il pescatore, nelle pubbliche osterie, luoghi da sempre, in Chioggia, di incontro, di gioco ed anche di contrattazione. Una volta stabilite le modalità, inizia la fabbricazione del naviglio, e prima che questo sia del tutto ultimato, prima di mettere l’ultima finitura, la cosìdetta “pezza benedetta”, il padrone era obbligato a pagar da bere a tutti i lavoranti, come aveva già fatto prima di iniziare la lavorazione. (bagnare l’asta). Nella barca viene lasciata una fascia bianca che serviva successivamente per dipingervi un angelo, una madonna o altro. IL varo è il momento delle festa: la speranza era di un avvenire migliore anche se più delle volte non era così a causa dei grossi debiti.La barca veniva addobbata a festa, con bandiere e “masi”(due piccoli cerchi introdotti uno sull’altro foderati di bombasi e fasciati di corde colorare).Quindi si mangiava e si bevevo tutto spesato dal proprietario e non mancava nemmeno il momento religioso dove un sacerdote benediva la nuova imbarcazione con l’acqua santa.

La costruzione: Il bragozzo, costruito nello squero mediante i sesti (sagome prefissate, che servivano a ricavare le corbe, cioè le ordinate dello scafo), verso la fine dell’ottocento era lungo 12 metri e mezzo, largo 3,15 e alto 1,05 metri aveva boccaporto centrale a proravia, uno a poppavia e un portello a prua. Il timone raggiungeva la lunghezza di quasi 4 metri. La fase di costruzione iniziava con le aste di prora e di poppa in legno di rovere molto robusto, cui poi erano fissati i magieri (i corsi del fasciame). L’ ossatura dello scafo era costituita dalle còrbe. Tra i magieri di prua e di poppa erano posti i mancoli d’ormeggio. Il fasciame veniva piegato con il fuoco, ottenuto bruciando una qualità di canna palustre: il legno era riscaldato e, tenendolo sempre umido con fango, si cercava di dargli la curvatura voluta. Terminata la coperta, si procedeva alla rifinitura e poi alla calafatura, effettuata per mezzo di stoppa catramata, inserita negli interstizi mediante appositi scalpelli e battendo con un grosso martello, detto magio. Quindi lo scafo era ricoperto all’interno e all’esterno di pece (la pégola). Poi si fissava l’albero di maestra, cui provvedeva l’alborante ed erano issate le vele, confezionate dal velèro oppure tagliate e cucite dagli stessi uomini, mentre alle reti da pesca provvedevano le donne della famiglia. Particolare attenzione era riservata alla costruzione del timone, la parte più robusta dell’imbarcazione, poiché svolgeva anche, in parte, le funzioni della chiglia: per costruirlo si usava una nutrita schiera di attrezzi: morsetta, pialla, verìgola, mazzuola e martello. Non mancava a prua del bragozzo il fogòn, ossia il braciere costituito di solito da una semplice cassa rettangolare foderata di lamiera di zinco, che serviva per la cottura del cibo. Lo scafo di un bragozzo risultava molto robusto e resistente alle continue sollecitazioni, consentendo l’utilizzo di questa imbarcazione anche nelle più difficili situazioni. Nel 1889 il costo di un bragozzo completo da 36 piedi veneti (circa 12,5 metri), per cassa pronta, era in totale di £. 4.530,5.

Le vele: La vela è sempre stata il simbolo, l’emblema caratteristico e più appariscente del bragozzo chioggiotto, tanto è vero che il vigariolo (un pescatore divenuto avvistatore marittimo) riconosceva a distanza i vari paroni dei bragozzi dal colore e soprattutto dalle raffigurazioni dipinte sulle vele. Normalmente le vele dei bragozzi chioggiotti alla seconda metà dell’800 erano due per quelli di misura maggiore e una per quelli di misura minore. Le vele di poppa e di prua (de tronchéto) erano al terzo, qualche volta compariva anche il fiocco. Erano gli stessi pescatori o le loro donne che confezionavano la vela, cucendo insieme 34-35 sfèrzi (cioé teli), non senza aver prima praticato col coltello il taglio di sotto, per darle la giusta obliquità. Poi gli uomini si interessavano di armarle. Esse venivano armate nel tradizionale sistema di origini remote, che si può far risalire all’epoca delle galere , e definito come armatura alla pescatora: così era possibile far assumere alla vela anche una certa forma a sacco, che consentiva di sfruttare meglio il vento con andature di bolina. Quando il vento era forte si utilizzavano i metafioni, cioè dei cavetti penduli fissati alla vela, posti su file orizzontali. Quindi si procedeva alla dipintura delle vele usando i colori più facili da reperire ai quei tempi: l’ocra, il rosso mattone, il nero e a volte l’azzurro, il verde e il marrone. La colorazione delle vele veniva fatta con la teréta, colore in polvere, che veniva sciolta in acqua di mare; esse venivano poi poste al sole ad asciugare, quindi gettate nell’acqua di mare per togliere la polvere lasciata dalla pittura ed infine esposte ancora al sole perché asciugassero definitivamente ed essere così pronte per l’uso.

Le decorazioni: Un tempo lo scafo dei bragozzi veniva abbellito con varie decorazioni. A prua erano dipinte ad olio figure alate nell’atto di suonare la tromba, dette ànzoli (Angeli), o soggetti sacri, insieme, ai lati, alle pesséte che, se contornate o incorniciate, dette bòli. Scopo di questi dipinti era, ovviamente, quello di ottenere la protezione dei Santi o della Madonna. Altri dipinti piuttosto comuni erano: colombe bianche col ramo d’ulivo, dischi solari, piccoli occhi (questi ultimi di chiaro significato apotropaico). Si tratta di tradizioni di origine cristiana o egiziana. Spesso i pescatori chioggiotti personalizzavano le loro imbarcazioni con disegni geometrici molto semplici sulle fiancate e sulle impavesate o con a prua stemmi o bandiere relativi al luogo di provenienza. Gli Angeli (Anzoli) erano dipinti di solito da qualche pescatore provetto nel disegno, che era appunto chiamato el pitoréto dei Anzoli. Sui bragozzi chioggiotti si vedevano sovente riprodotte immagini dei Santi Patroni, della Madonna della Navicella, della Passione di Gesù, di San Giorgio ecc. Altre pitturazioni si potevano osservare all’interno dello scafo, a prua e a poppa. A prua appariva un proprio e vero dipinto a olio, mentre sui parapetti dei boccaporti si ammiravano soggetti vari, a seconda della fantasia dei pescatori. A poppa la tradizione voleva che fosse dipinto, all’interno della murata, il nome del proprietario e la località di provenienza con nel mezzo un crocefisso, mentre all’esterno, sui fianchi, si riproduceva il nome della barca contornato da fantasiose cornici. Alcuni hanno visto in queste decorazioni del bragozzo una religiosità frammista ad elementi sacri e di superstizione, quando non si arrivava persino all’inserimento di antichissimi elementi paganeggianti. Tali erano nel concetto e nell’uso il pentàcolo (stella a 5 punte con raggi convergenti al centro oppure un cerchio che inscrive una stella), il vellus in uso nelle imbarcazioni più vecchie, i trabaccoli e le tartane, l’ òculus (figurante nelle imbarcazioni egizie e fenice oltreché sulle navi romane con funzione magica) e il penèlo, di cui si parlerà oltre. Questi erano gli ornamenti decorativi più comuni che apparivano un tempo nelle imbarcazioni chioggiotte.

Le compagnie

Le zone di pesca battute dai chioggiotti erano: il litorale istriano e le coste romagnole.Furono formate per la pesca all’estero delle compagnie di 18/20 bragozzi,con a capo un pescatore audace e particolarmente esperto.Prima di partire insegnava una specie di codice cifrato a tutti gli altri pescatori:ciò consisteva nel battere con un bastone di legno, a seconda del suono prodotto si doveva capire se “calare le reti,veleggiare e entrare in un porto ecc”. Nell’imbarcazione del capo pesca vi erano generalmente due lanterne sempre accese di notte:l’una segnalava che quella era la barca del “capo” e che quindi era il punto di riferimento per qualsiasi problema,L’altra,situata a metà imbarcazione,era sempre accesa e se veniva spenta significava che ognuno doveva salvarsi con il proprio bragozzo,poiché il capo pesca non era in grado di salvare nessuno. I naufragi e conseguentemente le morti in mare sono stati degli elementi continuamente presenti nel lavoro della pesca.Delle testimonianze indirette sono canti, poesie e preghiere anche le Tolele (o ex voto) presenti nelle chiese,in particolare in quella di S.Domenico che testimoniano tali pericoli. Le partenze da Chioggia per il “Quarnero” avvenivano i primi di novembre,il ritorno il venerdì Santo Era questa una data quasi obbligato;la religiosità dei pescatori,spesso frammista a superstizione, non permetteva di vivere fuori casa, i giorni della morte e della resurrezione. All’origine vi è però un motivo più pratico :nei mesi di marzo e aprile,quindi quando cade la Pasqua, non era necessario pescare lontano perché anche le zone vicino a Chioggia erano ricche di pesce e anche perché con il periodo più caldo era più difficile conservare il pescato. La pesca all’estero comportava dei problemi per il trasporto del pesce che questo doveva essere venduto solamente a Chioggia o a Venezia.Dai verbali dei processi si poteva verificare che questo non avveniva sempre nonostante un decreto del 1765 del Governo Vecchio di Venezia.Tra le leggi emanate vi era anche quella che proibiva l’acquisto del pesce direttamente a bordo le imbarcazioni.

IL trasporto del pesce veniva tramite le portolate,ogni 5/7 bragozzi vi era una di queste barche,che partiva appositamente da Chioggia. Quando vi era però la necessità di sbarcare in tempi brevi il pescato a causa di maltempo o di calma assoluta di vento il lavoro delle portolate veniva svolto direttamente dai bragozzi.La funzione delle portolate non si esauriva nel trasporto del pesce ma anche degli effetti personali dei pescatori.Non essendo il capopesca capace di leggere e scrivere invece di porre il nome di ogni singolo componente l’equipaggio, metteva il simbolo della vela per segnare in un libro i dati del pescatore, i soldi dati, le spese per il mangiare. Anche la numerazione era particolare ;era un misto di numeri latini e probabilmente di altri di origine fenicia o etrusca.

IL trasporto del pesce ha sempre rappresentato un problema: spesso, causa la mancanza di vento, il pescato doveva essere gettato in mare poiché non si potevano aspettare più giorni, non essendoci alcun modo per conservarlo. Solo con l’introduzione del motore permetterà celermente il trasporto, e quindi la possibilità di commerciare del pesce fresco.

Alcune parti del testo sono state tratte dalla pubblicazione
CHIOGGIA ITINERARI STORICO-ARTISTICI
di Gianni Scarpa e Sergio Ravagnan

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