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La Pesca
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Un tempo i
nostri pescatori avevano una estensione maggiore di quella
attuale.
Spesso restavano i mare a anche per la mancanza dei motori
anche per mesi e pescavano in zone come la Jugoslavia a
quel tempo italiana.In effetti fino al 1915 le zone di
pesca si estendevano, per i nostri pescatori, lungo tutta
la costa della Jugoslavia,fino verso l’Albania.
Causa vicende storiche, venne stipulato un trattato
(quello di Brioni) che fissava per i nostri pescatori
quali zone di pesca, tutta la costa italiana ed anche una
parte, oggi Jugoslava, fino circa a Zara. |
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perdita di questi territori, u tempo italiani, dopo la
seconda guerra mondiale, provocò l’eliminazione di
questa zona di pesca: quindi, dopo il 1945, con un
trattato Italo-Jugoslavo si fissarono i limiti delle acque
territoriali e la possibilità di pescare, per quanto
riguarda gli italiani fino a Trieste. |
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I metodi di
pesca
La coccia volante
Questo metodo di pesca viene svolto da una coppia di barche di
circa 20 metri. Di solito le barche partono all’alba,
rimanendo in mare per circa 3-4 ore,viene inserito “l’occhio”
(apparecchio che serve a individuare i banchi di
pesce.Individuati i banchi di pesce si cala la rete che viene
trainata dalle due imbarcazioni. L pesce pescato viene suddiviso
a seconda della qualità. In genere ogni giorno vengono prese
circa 1000/1500 cassette di pesce
azzurro(sardine,sarde,alici,sgombri,ecc..)Queste vengono
possibilmente vendute ai commercianti,in quanto maggiori sono le
possibilità di guadagno e all’Aima. Quest’ultima ritira
ogni giorno 1500 cassette di alici,che vengono trasformate in
mangime. .
I ramponi
La pesca con i ramponi si svolge con delle casse di ferro con
denti saldati in una lama quanto il rampone. I ramponi sono di
due tipi:uno per le sogliole, l’altro per le capesante. È una
pesca massacrante per il lavoratore costretto a uno o due soli
giorni di riposo settimanali w ad uno sforzo enorme.
I parancai
La pesca con i parancai si effettua con una barca di circa 10
metri.Il “parancalo” è un filo di nailon lungo 300
metri,con tanti ami distaccati un metro dall’altro. Con i
parancai si pescano anguille,passere e “go”.
La pesca delle vongole
La pesca delle vongole si svolge con delle attrezzature
meccanizzate. Dalla poppa della barca viene gettata un’ancora
del peso di circa un quintale.Si procede poi,con una barca
finchè il cavo d’acciaio del vericello non è in tiro. Viene
poi gettata in acqua una specie di cassa trascinata dal
vericello ingranatao e collegato con una cinghia al motore della
barca.Quando si è vicini all’ancora, la cassa viene alzata e
le vongole riversate in coperta, e vengono messe con un badile ,
in un “tamiso” (attrezzo per pulire,dividere le vongole
dalle piccole e da eventuali crostacei).
I re
La pesca dei “re” si effettua con piccole barche.La rete,è
lunga circa un chilometro e alta un metro e mezzo. Si pescano
per lo più6,sogliole,passere e cefali.
Natanti e
antichi metodi di pesca
La pesca sempre stata a Chioggia una delle attività
principali,anzi per molto tempo,quasi l’unica attività
svolta.Spesso anche le donne hanno partecipato a tale attività
aggiustando o costruendo le reti o vendendo (questo solo a
Sottomarina data una diversa visione del ruolo della donna) il
pesce catturato dagli uomini. Fin da tempi antichissimi ci sono
giunte notizie sull’arte della pesca,tramandato da padre e in
figlio. Già il senatore romana o Cassiodoro ce ne parla nel VI
secolo dopo Cristo mettendo i evidenza come la maggior parte
della popolazione si dedichi e si cibi quasi esclusivamente di
pesce. Le barche più6 antiche, adottate nel compartimento
marittimo di Chioggia sono le tartane,e le sardellere.Le tartane
erano barche molto robuste e stabili e vennero anche usate, già
dal XIV secolo, come velieri e barche da combattimento da parte
della marineria veneta. Le sardellere venivano usate quasi
esclusivamente per la pesca delle sardine. Nell’ottocento
cominciò la decadenza delle tartane ed iniziò l’epoca del
bragozzo, le cause furono molteplici. Inanzitutto vi fu una
polemica aperta tra i pescatori chioggiotti e quelli di Rovigno
d’Istria (tra di loro non corse mai buon sangue). I pescatori
chioggiotti usavano le zone dalmate perché venivano considerate
più6 pescose con conseguenza che non venissero ben visti dagli
abitanti di quei luoghi. Quest’ultimi inviarono una lettera al
Senato accusando i pescatori veneti di rovinare con la loro
pesca i fondali marini,causando conseguentemente la rovina e la
possibilità di riproduzione del pesce. Nel 1770,nonostante non
fosse stato provato il danno causato dalla pesca a “coccia”,il
senato emanò un decreto che vietava tale pesca lungo le coste
dalmate.Ciò causo un indubbio colpo per la marineria
chioggiotta. Le tartene nonostante fossero attrezzate per questo
tipo di pesca,dovettero non praticarla più6 così iniziò la
loro decadenza.Negli anni successivi,l’esosità delle tasse
richieste per questo tipo di imbarcazione da parte del governo
asburgico, causò la mancanza di investimenti in queste
imbarcazioni.IL decadimento della tartane fu anche motivata dal
fatto che il tipo di pesca a”coccia” fatto con i bragozzi
aveva lo stesso risultato per di più il bragozzo aveva la
possibilità di pescare in fondali più6 bassi essendo più6
leggero e più piccolo rispetto alla tartana.Era però più
pericoloso ,ma su questo fattore i pescatori non tenevano
conto,tanto era il dovere di guadagnare per poter sfamare la
famiglia visto i periodi di miseria cronica che passavano.
Quindi si rischiava di più però si guadagna di più, perché
lo stesso quantitativo di pesce piuttosto di dividerlo per otto,
tanti erano i componenti dell’equipaggio della tartana, si
divideva per quattro ,equipaggio più che sufficiente per il
bragozzo.Anche il costo di mantenimento influì alla decadenza
della tartana.La tartana senza equipaggio costava 7000 lire in
confronto alle 3000 lire del bragozzo.
Gli squeri
I bragozzi chioggiotti venivano costruiti per
lo più in piccoli cantieri detti squeri, condotti da maestri d’ascia che si
tramandavano scrupolosamente i segreti di costruzione di padre in figlio.
Erano semplici edifici costruiti da tre pareti in muratura, su cui poggiava il
tetto e da una facciata aperta, rivolta verso il canale, dotata di massicce
porte in legno, scorrevoli, alte circa 6 metri. Al di sopra era collocata, in
mezzo al frontone, una sacra icona, detta cesiòla, costituita da un pannello
di legno di forma poligonale, sormontato da una rozza cornice di protezione.
Tutte le principali fasi di costruzione del natante si effettuavano nella
parte interna, detta tènza, ultimate le quali venivano aperte le porte
scorrevoli e si procedeva al varo della barca al grido “a xe sui vasi, a xe
molao, tirève in là, a va, a va …..” Le varie operazioni erano piuttosto
complesse e a tale scopo si usava una quantità di attrezzi vari, ciascuno
avente una propria denominazione; queste operazioni seguivano un rituale
prestabilito, che iniziava con la costruzione dell’ossatura vera e propria
del bragozzo fino alla sua decorazione esterna ed interna. I cantieri erano
situati lungo la riva Est del canale San Domenico e in parte quella Ovest del
Canale Lombardo. Suggestiva e festosa era la cerimonia del varo di un bragozzo
niovo, il quale, prima di farlo scendere in acqua, tutto pavesato a festa,
veniva benedetto, dopo aver recitato la Chiàbita, storpitura dell’inizio
del salmo 90 “qui habitat”; la festa era maggiore se esso era senza
debiti, ai quali molto spesso il pescatore era costretto a ricorrere per
pagare l’imbarcazione. A varo avvenuto, questo era festeggiato con una
ganzèga, un rinfresco a base di vino con sardèle salae, canoce e buli, a cui
partecipavano tutti. Uno degli oggetti più frequenti presenti negli squeri
chioggiotti era la cassèla d’ambuòlo, cassetta a tre scomparti contenente
una spugna e terra rossa, usata dai carpentieri, che vi tingevano un filo con
il quale segnavano il legno da tagliare. Nel 1976 operavano in Chioggia
soltanto sette cantieri, oggi ulteriormente decurtatisi, contro i 141 operanti
nel 1876.
Il bragozzo
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Con l’ottocento
iniziò il periodo del bragozzo.
Visto l’alto prezzo delle tartane e delle relativa
attrezzatura, la proprietà di quest’ultima era rivolti
a pochi armatori, con l’avvento del bragozzo si ampliò
la possibilità di possedere una imbarcazione da pesca
dalle grandi dimensioni.
Vari pescatori però per acquistare una imbarcazione si
indebitarono spesso per tutta la vita.Infatti gli usurai
del luogo pretendevano tassi elevatissimi,”ogni 600 lire
che un capitalista sborsava in denaro al padrone di uno o
più bragozzi, percepisce una quarta parte del guadagno
fatto durante il viaggio.
Quindi un pescatore facilmente si poteva indebitare per
tutta la vita, visto che bisognava tener conto anche degli
interessi.
Generalmente la barca si pagava con un anticipo alla
consegna e successivamente con delle rate mensili di 12/14
lire. |
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Il prezzo pattuito e le eventuali
dilazioni , venivano discusse tra il costruttore e il pescatore,
nelle pubbliche osterie,luoghi da sempre,in Chioggia,di
incontro, di giogo ed anche di contrattazione. Una volta
stabilite le modalità, inizia la fabbricazione del naviglio, e
prima che questo sia del tutto ultimato, prima di mettere l’ultima
finitura, la cosìdetta “pezza benedetta”, il padrone era
obbligato a pagar da bere a tutti i lavoranti, come aveva già
fatto prima di iniziare la lavorazione. (bagnare l’asta).
Nella barca viene lasciata una fascia bianca che serviva
successivamente per dipingervi un angelo, una madonna o altro.
IL varo è il momento delle festa: la speranza era di un
avvenire migliore anche se più6 delle volte non era così a
causa dei grossi debiti.La barca veniva addobbata a festa, con
bandiere e “masi”(due piccoli cerchi introdotti uno sull’altro
foderati di bombasi e fasciati di corde colorare).Quindi si
mangiava e si bevevo tutto spesato dal proprietario e non
mancava nemmeno il momento religioso dove un sacerdote benediva
la nuova imbarcazione con l’acqua santa.
La costruzione: Il bragozzo, costruito nello
squero mediante i sesti (sagome prefissate, che servivano a ricavare le corbe,
cioè le ordinate dello scafo), verso la fine dell’ottocento era lungo 12
metri e mezzo, largo 3,15 e alto 1,05 metri aveva boccaporto centrale a
proravia, uno a poppavia e un portello a prua. Il timone raggiungeva la
lunghezza di quasi 4 metri. La fase di costruzione iniziava con le aste di
prora e di poppa in legno di rovere molto robusto, cui poi erano fissati i
magieri (i corsi del fasciame). L’ ossatura dello scafo era costituita dalle
còrbe. Tra i magieri di prua e di poppa erano posti i mancoli d’ormeggio.
Il fasciame veniva piegato con il fuoco, ottenuto bruciando una qualità di
canna palustre: il legno era riscaldato e, tenendolo sempre umido con fango,
si cercava di dargli la curvatura voluta. Terminata la coperta, si procedeva
alla rifinitura e poi alla calafatura, effettuata per mezzo di stoppa
catramata, inserita negli interstizi mediante appositi scalpelli e battendo
con un grosso martello, detto magio. Quindi lo scafo era ricoperto all’interno
e all’esterno di pece (la pégola). Poi si fissava l’albero di maestra,
cui provvedeva l’alborante ed erano issate le vele, confezionate dal velèro
oppure tagliate e cucite dagli stessi uomini, mentre alle reti da pesca
provvedevano le donne della famiglia. Particolare attenzione era riservata
alla costruzione del timone, la parte più robusta dell’imbarcazione,
poiché svolgeva anche, in parte, le funzioni della chiglia: per costruirlo si
usava una nutrita schiera di attrezzi: morsetta, pialla, verìgola, mazzuola e
martello. Non mancava a prua del bragozzo il fogòn, ossia il braciere
costituito di solito da una semplice cassa rettangolare foderata di lamiera di
zinco, che serviva per la cottura del cibo. Lo scafo di un bragozzo risultava
molto robusto e resistente alle continue sollecitazioni, consentendo l’utilizzo
di questa imbarcazione anche nelle più difficili situazioni. Nel 1889 il
costo di un bragozzo completo da 36 piedi veneti (circa 12,5 metri), per cassa
pronta, era in totale di £. 4.530,5.
Le vele: La vela è sempre stata il simbolo, l’emblema
caratteristico e più appariscente del bragozzo chioggiotto, tanto è vero che
il vigariolo (un pescatore divenuto avvistatore marittimo) riconosceva a
distanza i vari paroni dei bragozzi dal colore e soprattutto dalle
raffigurazioni dipinte sulle vele. Normalmente le vele dei bragozzi
chioggiotti alla seconda metà dell’800 erano due per quelli di misura
maggiore e una per quelli di misura minore. Le vele di poppa e di prua (de
tronchéto) erano al terzo, qualche volta compariva anche il fiocco. Erano gli
stessi pescatori o le loro donne che confezionavano la vela, cucendo insieme
34-35 sfèrzi (cioé teli), non senza aver prima praticato col coltello il
taglio di sotto, per darle la giusta obliquità. Poi gli uomini si
interessavano di armarle. Esse venivano armate nel tradizionale sistema di
origini remote, che si può far risalire all’epoca delle galere , e definito
come armatura alla pescatora: così era possibile far assumere alla vela anche
una certa forma a sacco, che consentiva di sfruttare meglio il vento con
andature di bolina. Quando il vento era forte si utilizzavano i metafioni,
cioè dei cavetti penduli fissati alla vela, posti su file orizzontali. Quindi
si procedeva alla dipintura delle vele usando i colori più facili da reperire
ai quei tempi: l’ocra, il rosso mattone, il nero e a volte l’azzurro, il
verde e il marrone. La colorazione delle vele veniva fatta con la teréta,
colore in polvere, che veniva sciolta in acqua di mare; esse venivano poi
poste al sole ad asciugare, quindi gettate nell’acqua di mare per togliere
la polvere lasciata dalla pittura ed infine esposte ancora al sole perché
asciugassero definitivamente ed essere così pronte per l’uso.
Le decorazioni: Un tempo lo scafo dei bragozzi
veniva abbellito con varie decorazioni. A prua erano dipinte ad olio figure
alate nell’atto di suonare la tromba, dette ànzoli (Angeli), o soggetti
sacri, insieme, ai lati, alle pesséte che, se contornate o incorniciate,
dette bòli. Scopo di questi dipinti era, ovviamente, quello di ottenere la
protezione dei Santi o della Madonna. Altri dipinti piuttosto comuni erano:
colombe bianche col ramo d’ulivo, dischi solari, piccoli occhi (questi
ultimi di chiaro significato apotropaico). Si tratta di tradizioni di origine
cristiana o egiziana. Spesso i pescatori chioggiotti personalizzavano le loro
imbarcazioni con disegni geometrici molto semplici sulle fiancate e sulle
impavesate o con a prua stemmi o bandiere relativi al luogo di provenienza.
Gli Angeli (Anzoli) erano dipinti di solito da qualche pescatore provetto nel
disegno, che era appunto chiamato el pitoréto dei Anzoli. Sui bragozzi
chioggiotti si vedevano sovente riprodotte immagini dei Santi Patroni, della
Madonna della Navicella, della Passione di Gesù, di San Giorgio ecc. Altre
pitturazioni si potevano osservare all’interno dello scafo, a prua e a
poppa. A prua appariva un proprio e vero dipinto a olio, mentre sui parapetti
dei boccaporti si ammiravano soggetti vari, a seconda della fantasia dei
pescatori. A poppa la tradizione voleva che fosse dipinto, all’interno della
murata, il nome del proprietario e la località di provenienza con nel mezzo
un crocefisso, mentre all’esterno, sui fianchi, si riproduceva il nome della
barca contornato da fantasiose cornici. Alcuni hanno visto in queste
decorazioni del bragozzo una religiosità frammista ad elementi sacri e di
superstizione, quando non si arrivava persino all’inserimento di
antichissimi elementi paganeggianti. Tali erano nel concetto e nell’uso il
pentàcolo (stella a 5 punte con raggi convergenti al centro oppure un cerchio
che inscrive una stella), il vellus in uso nelle imbarcazioni più vecchie, i
trabaccoli e le tartane, l’ òculus (figurante nelle imbarcazioni egizie e
fenice oltreché sulle navi romane con funzione magica) e il penèlo, di cui
si parlerà oltre. Questi erano gli ornamenti decorativi più comuni che
apparivano un tempo nelle imbarcazioni chioggiotte.
Le compagnie
Le zone di pesca battute dai chioggiotti erano:il litorale
istriano e le coste romagnole.Furono formate per la pesca all’estero
delle compagnie di 18/20 bragozzi,con a capo un pescatore audace
e particolarmente esperto.Prima di partire insegnava una specie
di codice cifrato a tutti gli altri pescatori:ciò consisteva
nel battere con un bastone di legno, a seconda del suono
prodotto si doveva capire se “calare le reti,veleggiare e
entrare in un porto ecc”. Nell’imbarcazione del capo pesca
vi erano generalmente due lanterne sempre accese di notte:l’una
segnalava che quella era la barca del “capo” e che quindi
era il punto di riferimento per qualsiasi problema,L’altra,situata
a metà imbarcazione,era sempre accesa e se veniva spenta
significava che ognuno doveva salvarsi con il proprio
bragozzo,poiché il capo pesca non era in grado di salvare
nessuno. I naufragi e conseguentemente le morti in mare sono
stati degli elementi continuamente presenti nel lavoro della
pesca.Delle testimonianze indirette sono canti, poesie e
preghiere anche le Tolele (o ex voto) presenti nelle chiese,in
particolare in quella di S.Domenico che testimoniano tali
pericoli. Le partenze da Chioggia per il “Quarnero”
avvenivano i primi di novembre,il ritorno il venerdì Santo Era
questa una data quasi obbligato;la religiosità dei
pescatori,spesso frammista a superstizione, non permetteva di
vivere fuori casa, i giorni della morte e della resurrezione.
All’origine vi è però un motivo più pratico :nei mesi di
marzo e aprile,quindi quando cade la Pasqua, non era necessario
pescare lontano perché anche le zone vicino a Chioggia erano
ricche di pesce e anche perché con il periodo più caldo era
più difficile conservare il pescato. La pesca all’estero
comportava dei problemi per il trasporto del pesce che questo
doveva essere venduto solamente a Chioggia o a Venezia.Dai
verbali dei processi si poteva verificare che questo non
avveniva sempre nonostante un decreto del 1765 del Governo
Vecchio di Venezia.Tra le leggi emanate vi era anche quella che
proibiva l’acquisto del pesce direttamente a bordo le
imbarcazioni.
IL trasporto del pesce veniva tramite le portolate,ogni 5/7
bragozzi vi era una di queste barche,che partiva appositamente
da Chioggia. Quando vi era però la necessità di sbarcare in
tempi brevi il pescato a causa di maltempo o di calma assoluta
di vento il lavoro delle portolate veniva svolto direttamente
dai bragozzi.La funzione delle portolate non si esauriva nel
trasporto del pesce ma anche degli effetti personali dei
pescatori.Non essendo il capopesca capace di leggere e scrivere
invece di porre il nome di ogni singolo componente l’equipaggio,
metteva il simbolo della vela per segnare in un libro i dati del
pescatore,i soldi dati, le spese per il mangiare.Anche la
numerazione era particolare;era un misto di numeri latini e
probabilmente di altri di origine fenicia o etrusca.
IL trasporto del pesce ha sempre rappresentato un
problema:spesso,causa la mancanza di vento,il pescato doveva
essere gettato in mare poiché non si potevano aspettare più
giorni,non essendoci alcun modo per conservarlo.Solo con l’introduzione
del motore permetterà celermente il trasporto, e quindi la
possibilità di commerciare del pesce fresco.
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Una parte del testo
è stata tratta dalla pubblicazione
CHIOGGIA ITINERARI STORICO-ARTISTICI
di Gianni Scarpa e Sergio Ravagnan |
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